La grotta dei sogni dimenticati

Werner Herzog nel film “Cave of Forgotten Dreams” e David Quammen nel suo libro “Alla ricerca del predatore alfa” ci accompagnano nei meandri della grotta Chauvet, nella Francia meridionale, alla scoperta dell’ancestrale rapporto tra uomo e natura.

ingresso grotta

Una fessura nella roccia

C’è stato un tempo in cui in Europa vivevano leoni e rinoceronti, antilopi e mammut. C’erano leoni in Germania, in Inghilterra e in Italia. Si presume che dal loro areale originario, l’Africa, i leoni si diressero verso nord fino a raggiungere l’Europa circa novecentomila anni fa, fino a diventare una specie piuttosto comune nel vecchio continente. Si adattarono al clima locale predando la fauna autoctona composta da uri, bisonti, renne, cavalli selvatici e stambecchi. In alcune regioni europee sopravvissero fino a undicimila anni fa, parecchio tempo dopo l’arrivo degli esseri umani moderni.

Qualche giorno prima del Natale del 1994 tre speleologi si imbatterono in una fessura nella roccia nei pressi del fiume Ardèche situato nella Francia meridionale, decisero di entrarci e di discendere nell’ignoto. Non immaginavano che avrebbero fatto una delle più importanti scoperte della storia della cultura umana: quella che inizialmente sembrava una normale grotta si rivelò in seguito uno dei siti di pitture rupestri paleolitiche meglio conservati al mondo. Oggi questa grotta è nota al mondo come grotta Chauvet, in onore del suo primo scopritore, lo speleologo Jean-Marie Chauvet appunto.

Il rapporto tra uomo e natura nell'immaginario preistorico

In questa antica galleria, sigillata da una frana per decine di millenni e studiata minuziosamente da una équipe di specialisti, vi sono state catalogate più di quattrocento immagini di animali, raffiguranti rinoceronti lanosi, mammut e cavalli selvatici, ma soprattutto leopardi e leoni: fatto insolito nell’arte dell’età della pietra, che in genere è focalizzata sulla rappresentazione dei grandi erbivori, da cui l’uomo preistorico dipendeva in parte per il suo sostentamento. 

Diversamente, a Chauvet, gli archeologi hanno trovato un gran numero di predatori, tra cui settantatré leoni insieme ad alcuni leopardi, orsi e iene delle caverne. «Unico fra tutti i siti paleolitici, Chauvet è la grotta delle belve pericolose. E tuttavia le pitture non denotano paura o avversione. I rinoceronti sono aggraziati. Gli orsi sono rossi ma non minacciosi. I leoni sono belli, austeri e maestosi. Chi ha dipinto queste immagini – le migliori, almeno – l’ha fatto con mano abile, cuore calmo e occhio attento e reverente».1

Secondo la datazione al radiocarbonio alcune immagini hanno trentacinquemila anni, ma a guardarle è difficile definirle “primitive”: ombreggiature, giochi di prospettive e accurate espressioni facciali mostrano una raffinatezza di esecuzione straordinaria da cui traspare una vera e propria passione per i soggetti rappresentati. Non sembrano neppure avere una mera funzione didascalica: un bisonte è raffigurato con otto zampe, con l’intenzione evidente di ricreare un effetto di movimento e conseguentemente suscitare coinvolgimento nell’osservatore.

pannello dei leoni
Grotta Chauvet, pannello dei leoni

Nel profondo dell'abisso

Quale era dunque il vero scopo di queste pitture? Perché gli antichi artisti della grotta Chauvet sembrano così affascinati di loro soggetti animali, in particolare dai predatori? Come si chiede David Quammen nel suo libro “Alla ricerca del predatore alfa” «dov’era la paura? Dov’era l’avversione? Dov’era il malanimo astioso, competitivo, di un carnivoro verso un altro?».

Soprattutto come potevano permettersi, gli antichi artisti paleolitici, questa ammirazione estetica, questo sereno apprezzamento spirituale per animali così pericolosi e un contesto talvolta tanto ostile? Su scala geologica, trentacinquemila anni sono un tempo brevissimo. Sulla scala dell’evoluzione, cultura, psicologia e memoria umana sono tanti. Eppure anche oggi le stesse immagini mantengono la stessa potenza evocativa ai nostri occhi di uomini moderni, perché?

J.M.: «Quando entrai per la prima volta nella caverna, ebbi la possibilità di restarci per cinque giorni. Fu così intenso. Ogni notte ho sognato leoni. Ogni giorno era uno shock per me. Fu uno shock emozionale. Sono uno scienziato, ma anche un uomo. Dopo cinque giorni decisi di non tornare nella caverna. Avevo bisogno di tempo per rilassarmi e… assimilare.»

W.H.: «Non hai sognato i dipinti dei leoni, ma leoni veri?»

J.M.: «Entrambe le cose in realtà.»

W.H.: «Eri spaventato nei tuoi sogni?»

J.M.: «Non lo ero, era più… una sensazione di qualcosa di intenso e profondo.»2

Intervistato da Werner Herzog nel film “Cave of Forgotten Dreams”, l’archeologo francese Julien Monney parla così della sua esperienza nella grotta Chauvet. Come il primo esploratore che l’ha scoperta, anche lui ha dovuto discendere nell’ignoto e si è addentrato nei recessi del suo spirito risvegliando sogni antichi rimasti sopiti da millenni.

pannello dei rinoceronti
Grotta Chauvet, pannello dei rinoceronti

Sogni all'apparenza dimenticati

In fondo si tratta della nostra storia. Quella più lontana, ma anche quella più profonda. La storia di un primate cacciatore-raccoglitore che ha lasciato le savane africane centomila anni fa, che per millenni ha solcato paesaggi primordiali popolati da immense mandrie di erbivori e da potenti predatori. Paesaggi a cui doveva tutto. Da cui dipendeva e su cui fantasticava. Paesaggi fisici e immaginari, dunque.

Queste immagini sono memorie di lontani sogni dimenticati, sono i “Forgotten Dreams” evocati nel titolo del film. Riusciremo mai a capire la visione degli artisti – si chiede Herzog – attraverso un così profondo abisso di tempo? 

Probabilmente la risposta è no, quantomeno non completamente, ma si tratta pur sempre di nostri parenti, sangue del nostro sangue, e nonostante lo spazio e le ere ci separino, per quanto il nostro stile di vita sia lontano e diverso dal loro, c’è qualcosa di magnetico e primordiale nella contemplazione di questi paesaggi ancestrali che trascende le civiltà e il tempo e che ci affascina, oggi come ieri. Qualcosa di simile alla contemplazione del fuoco. Qualcosa che ci ricorda da dove veniamo e che, ci piaccia o no, condividiamo con quegli stessi nostri parenti vissuti trentacinquemila anni fa. Sono sogni dimenticati ma pur sempre lì, nascosti negli angoli più remoti della nostra anima, in una caverna che aspetta solo di essere scoperta. Di nuovo.

mano dipinta
Tra le tante pitture raffiguranti animali, la mano di un uomo, forse dell'artista

Riferimenti

1 QUAMMEN DAVID, Alla ricerca del predatore alfa. Il mangiatore di uomini nelle giungle della storia e della mente, Adelphi, Milano (2005).

2 HERZOG WERNER, Cave of Forgotten Dreams, Creative Differences Productions (2010).

DOVE VEDERE IL FILM IN STREAMING. È possibile vedere Cave of Forgotten Dreams in inglese, sottotitolato in italiano, sul sito internet della rai.

COME VISITARE IL SITO ARCHEOLOGICO. Per garantire la massima conservazione del sito, la grotta Chauvet non è visitabile, ma è possibile vedere una replica perfettamente fedele all’originale realizzata a pochi chilometri di distanza, presso il parco preistorico e museo di Vallon Pont d’Arc. Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito del Museo Grotte Chauvet 2 Ardèche.